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Immobili (o quasi) di fronte alle emergenze internazionali

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Palazzo ONU

Desidero solo dire due parole sulla sensazione di immobilismo che talvolta avverto leggendo il giornale o seguendo le notizie alla tv. Magari sarà capitato anche a voi, non so, ma a me capita sempre più spesso. Mi riferisco all'effetto provocato da certe notizie dall'estero.
Papa Francesco parla di una terza guerra mondiale in corso, seppur spezzettata in una miriade di micro conflitti e temo che abbia sostanzialmente ragione. Basta andare con la mente a ciò che succede in Afghanistan, Pakistan, Filippine, Iraq, Somalia, Libia, Siria, Yemen, Cecenia, Sudan, Sud Sudan, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Mali... e l'elenco, purtroppo, non è completo (non ho però volutamente inserito l'Ucraina; ritengo sia un caso che, per quanto serio e a noi vicino, abbia caratteristiche sue proprie) .
Di continuo si ha notizia di attentati, massacri di civili, violenze e soprusi, così come di un incessante esodo di persone e famiglie in disperata fuga da guerre e persecuzioni. E tutto questo sempre più spesso a causa di folli idee razziste o di inaccettabili discriminazioni politiche, sessuali e religiose. La nostra memoria spesso non riesce a stare dietro all'incessante flusso di notizie del genere e finiamo per scordare una tragedia consumatasi poco prima, o anche tutt'ora in corso, perché la nostra attenzione viene catturata da nuovi più recenti drammi.
Di migranti spinti dalla povertà a cercare nuove terre dove vivere ce ne sono sempre stati. Con mirati interventi economici a favore degli Stati di origine si può pensare di migliorare il tenore di vita locale e, così facendo, bloccare o almeno rallentare i flussi migratori, ma di fronte alla paura di morire o di essere oggetto di torture e violenze una tale strategia non è certo efficacie.


E' giusto lamentarsi che l'UE non sostiene abbastanza l'Italia nella sua azione di salvataggio dei disperati che attraversano il Mar Mediterraneo, ma vorremmo sapere cosa in concreto ci si propone di fare. Anche se metteranno mano al portafogli e verranno concesse maggiori risorse economiche per coprire le spese del soccorso e dell'accoglienza, anche se venissero inviate navi di altri paesi europei ad affiancarsi a quelle italiane, quali sono i piani per porre fine all'esodo? Non possiamo limitarci ad affrontare il problema ponendo attenzione solo all'aspetto della gestione di che riesce ad arrivare sulle nostre coste! L'UE spesso mostra il limite di essere una costruzione a metà o, volendo essere ottimisti, un cantiere in corso. Sarà l'annunciata, imminente, Frontex Plus, a rappresentare un punto di svolta? O dalle coste libiche continuerà la fuga senza controllo?
Secondo il rapporto 2013 di Amnesty International , che ha esaminato la situazione in 159 Paesi, in 112 si usa la tortura, in 80 si svolgono processi iniqui, in 50 le forze di sicurezza sono responsabili di uccisioni illegali, in 101 viene repressa la libertà di espressione, in 57 ci sono prigionieri di coscienza in carcere. E' evidente come molti, dei Paesi presi in considerazione da Amnesty, rientrino in più di una categoria. Si può anche non essere sempre d'accordo con Amnesty, ma anche dando un'occhiata ad altre fonti la situazione non appare certo rosea. Leggendo infatti il rapporto 2014 di Freedomhouse, che prende in esame 195 Paesi, solo 88 di essi (cioè il 45%) sono classificati come "liberi" , mentre 48 (cioè ben il 25%) sono definiti "non liberi" ; i restanti 59 sono definiti "parzialmente liberi" , non c'è di che stare allegri. L'area del Medio-oriente e Nord-Africa emerge fra tutte in negativo, il 66% dei Paesi è "non libero" e solo il 6% "libero" .
Tornando alla sensazione di immobilismo... ma l'ONU cosa fa? Proclami ed appelli, riunioni ed incontri...e poi? ... a parte distribuire aiuti alimentari, medicinali e allestire campi profughi, cos'altro? Sia chiaro che anche questo è certamente utile e va fatto, ma non basta per affrontare e risolvere i problemi che hanno generato la crisi umanitaria.
Il terrorismo agisce spesso su ambiti territoriali che abbracciano più Paesi e il fanatismo religioso tende a fare proselitismo su scala globale, ma la c.d. "comunità internazionale " come reagisce?
L'impressione è che spesso solo i singoli Paesi coinvolti o gruppi di Paesi tra loro alleati, o uniti da comuni interessi e valori, cerchino di affrontare alcune di queste emergenze. Altre sono dimenticate o quasi. E a fare qualcosa, ovvero a guidare gli interventi, in genere tocca sempre agli stessi...Stati Uniti d'America e Gran Bretagna in prima fila, talvolta la Francia, poi seguiti, più o meno, dagli altri Paesi della NATO con l'ausilio, a seconda della regione coinvolta, di qualche altro alleato locale reclutato per l'occasione (eccezionalmente anche accettando la collaborazione di vecchi nemici). Altri si limitano al ruolo di finanziatori. In generale, il resto del mondo, aspetta comunque che l'iniziativa sia presa dagli "occidentali" .
Ma allora l'ONU che funzione ha in queste crisi? Solo quella di dare una parvenza di legittimità internazionale all'intervento? Magari con una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza che arriva, se arriva, quando tutto è stato deciso altrove e, a volte, ad operazioni già avviate? Il Consiglio di Sicurezza è quasi perennemente bloccato dalla logica dei veti incrociati e l'Assemblea Generale è priva di effettivi strumenti d'intervento e comunque è a sua volta divisa da forti contrapposizioni economiche ed ideologiche.
In tema di diritti umani la situazione potrebbe sembrare ridicola se non fosse invece drammatica; tra i 193 Stati membri delle Nazioni Unite, vi sono anche i 48 classificati come "non liberi" da Freedomhouse nonché i 101 che secondo Amnesty reprimono la libertà d'espressione. Se poi guardiamo al Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU, attualmente composto da 47 membri (fonte www.ohchr.org), siamo all'assurdo. Vi siedono infatti anche i rappresentanti di Paesi che hanno l'assai discutibile onore di essere sempre presenti (o quasi sempre), nelle classifiche dei Paesi dove i diritti umani sono maggiormente violati ! E per fortuna che tra i compiti principali delle Nazioni Unite c'è, oltre al mantenimento della pace e della sicurezza, la promozione dello sviluppo sociale, dei livelli di vita ed il rispetto dei diritti umani. Non credo che ci sia da stupirsi che molti ritengano che l'ONU abbia bisogno di una profonda riforma (e non solo il suo Consiglio di Sicurezza, organo in cui molti aspirano comunque ad avere un posto permanente).
La riforma dovrebbe forse anche riguardare il meccanismo di finanziamento delle Nazioni Unite inserendo tra gli elementi del calcolo anche le spese militari, nel senso che chi più spende per esse...più dovrebbe pagare. Vi sono Stati che dilapidano immense risorse in armamenti (in rapporto al loro PIL), ma contribuiscono poco.
Perché non cacciare, o almeno sospendere, chi fa vivere i propri cittadini nell'ignoranza, nella fame e nell'oppressione ? E così ugualmente trattare gli Stati che finanziassero il terrorismo o che permettessero a società, fondazioni e privati cittadini di sostenerlo o che in qualunque altro modo lo dovessero agevolare. E' giusto poi che continuino a sedere accanto agli altri, con pieni diritti, i rappresentanti di élite corrotte, incapaci, violente o che trattano le donne come cittadini di serie " B " o peggio ? L' appartenenza di uno stato alle Nazioni Unite ed alle principali organizzazioni sovranazionali dovrebbe essere legata all'effettivo, costante mantenimento di uno standard di legittimità internazionale misurato innanzitutto sul rispetto dei diritti umani (perlomeno come declinati nella Dichiarazione Universale firmata a Parigi nel lontano 1948) .
E' mai possibile, inoltre, che si debba sempre cercare di porre rimedio alle tragedie umanitarie solo dopo che migliaia (talvolta centinaia di migliaia) di civili sono morti ? Prevenire è sempre impossibile? Non si può neppure, perlomeno, intervenire prontamente spegnendo le crisi quando ancora sono agli inizi?
Se non altro costerebbe meno visto che poi il conto del ritardo lo pagano per coloro che si vuole aiutare ed i Paesi che accettano di intervenire.
Un organismo come le Nazioni Unite, istituito per il mantenimento della pace, della sicurezza ed il rispetto dei diritti umani dovrebbe avere la concreta possibilità di entrare in azione con velocità e decisione ovunque sia necessario o, in alternativa, disporre di un rapido ed effettivo meccanismo per delegare i necessari interventi ad altri Stati ed organizzazioni senza perdersi in infinite discussioni o restare imbrigliato da opportunistici veti. Certo, si deve essere realisti, è difficile imporre qualcosa a Paesi di grandi dimensioni territoriali e con una popolazione che rappresenta un'importante percentuale del quella mondiale, ovvero dotati di armamento nucleare, ma almeno che venga espressa una palese condanna dei loro comportamenti e ne sia sospesa la partecipazione nelle assise internazionali affiancando, alle pressioni diplomatiche, adeguate sanzioni economiche. Si po' continuare a permettere a taluni Stati l'indiscriminata ed aperta violazione di ogni genere di diritto umano e lo stesso concedergli l'onore di avere un posto a sedere nelle maggiori organizzazioni? Nessuno vuole assurgere al ruolo di "gendarme del mondo" e si può discutere se certi valori possono essere "esportati" con interventi forzosi, ma è inutile negare che se non si rimboccano le maniche i Paesi che credono nella democrazia e nel rispetto dei diritti dell'uomo, chi altro ci si può aspettare che intervenga nei casi più gravi in cui, tra l'altro, potrebbe essere messa a repentaglio, prima o poi, la nostra stessa sicurezza? Dobbiamo essere consci delle responsabilità che derivano dall'essere, agli occhi del resto dell'umanità, un esempio di libertà, civiltà e benessere, cioè di speranza per un futuro migliore. Certo c'è sempre un prezzo da pagare e sempre ci sarà, ma dobbiamo rifuggire dal chiuderci in noi stessi elevando una sorta di muraglia difensiva. Non sarebbe giusto, rinnegheremmo proprio quei valori che orgogliosamente sbandieriamo come nostro carattere distintivo, come nostra sudata conquista nel corso dei secoli. Una tale strategia, puramente difensiva, nel lungo periodo sarebbe destinata a fallire e ci si ritorcerebbe contro. E' forse opportuno un più ampio dibattito su questi temi in ogni sede, ma tenendo presente che una visione pavida, egoista e miope, si ritorcerebbe contro. Meglio intervenire, ove necessario, con rapidità, decisione e con tutti i mezzi necessari, diplomatici ed economici innanzitutto, ma non solo, se proprio necessario, ricordandosi che i iniziati lavori non vanno lasciati a metà, ciò che si inizia si deve finire...prima di dichiarare "missione compiuta" .

Pa.Ri.