Barconi in cerca di speranza… cosa fare? possibili risposte

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barca immigrati

In questi giorni l'attenzione di noi tutti si è probabilmente indirizzata su altro, come la tragedia del terremoto in Nepal, l'apertura dell'Expo 2015 , la nuova legge elettorale o i problemi derivanti dal debito della Grecia, ma i trafficanti di vite umane hanno continuato imperterriti a darsi da fare. Negli ultimi giorni altre migliaia di disperati, diretti alle nostre coste, hanno lanciato l'SOS e sono stati soccorsi e altri ne continuano ad arrivare.
Sull'obbligo giuridico e morale di far di tutto perché non muoiano in mare non si discute, ma non è una soluzione al problema. I clandestini non arrivano solo dal mare, ma questi balzano all'occhio per i rischi che corrono e per il fatto che non arrivano "alla spicciolata" , ma in gruppi numerosi.
Che fare? Domanda facile da porre, ma a cui è molto difficile rispondere, tanto più che i vari governi dell'UE non appaiono avere una comune visione del problema e delle possibili soluzioni. Anche l'opinione pubblica non è concorde sul da farsi, a parte il dolore per i tanti morti e per la diffusa preoccupazione scaturente da una situazione che appare, di fatto, fuori controllo.
Ci sono paesi, ad esempio, pronti ad aumentare il numero delle unità navali da adibire al pattugliamento del Mediterraneo, così da assicurare soccorsi più efficaci, ma che non sono disponibili a rivedere il Regolamento di Dublino, con il risultato che il paese dove i profughi vengono sbarcati deve tenerseli. Così facendo si salverebbero molte vite umane, ma non si fermerebbe l'esodo verso l'Europa e si continuerebbe a scaricare sull'Italia (e in parte su Malta, Grecia e Spagna) quasi tutto il peso del problema. Sarebbe giusto? Ne dubito.
Innanzitutto i governi e le istituzioni internazionali dovrebbero decidersi su quale risultato vogliono perseguire. Vogliono solamente impedire che delle persone muoiano in mare? In questo caso, in effetti, può bastare aumentare il numero delle navi, pur restando in piedi la questione relativa alla successiva accoglienza dei profughi.
Vogliono invece bloccare, o almeno ridurre, il numero dei clandestini via mare anche usando, se necessario, la forza?
In tale ipotesi si necessita innanzitutto di raggiungere un accordo con il Governo libico, perlomeno con quello riconosciuto internazionalmente (insediato a Tobruk), meglio se anche con quello autoproclamato (a Tripoli), altrimenti l'operazione assomiglierebbe più ad un'invasione che ad un intervento di soccorso. Di ottenere l'assenso delle bande di predoni e di fanatici che controllano parte del paese, ovviamente, non vale la pena parlare. Non sarebbe male ottenere prima anche una Risoluzione dal Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite, che autorizzi l'operazione, anche se ci sono già stati casi di interventi iniziati senza tale mandato. Suggerirei di lasciar perdere l'idea di bombardare tutti i gommoni e le barche presenti sulla costa... come distinguerli dai normali natanti adibiti ad usi leciti? Siamo sicuri poi che li lascerebbero lì sulla costa ad aspettare le nostre bombe? Potrebbero nasconderli, magari vicino ad abitazioni . E se minacciano di mettervi dentro qualche profugo come scudo umano? Li colpiamo lo stesso? Non credo proprio.
Una più articolata riflessione merita il possibile ricorso al cosiddetto "blocco navale". Bloccare l'uscita e l'entrata di navi da uno o più porti va senz'altro bene per impedire, ad esempio, l'arrivo o la partenza di rinforzi militari e di rifornimenti, ma , in questo caso, mettere delle navi a breve distanza dalla costa, cioè ben all'interno delle acque territoriali libiche, potrebbe non conseguire l'effetto desiderato, perlomeno se non si sa cosa fare poi dei profughi.
I trafficanti, infatti, potrebbero essere anzi facilitati nel loro agire dalla presenza di un blocco navale, dovendo far percorrere, alle loro fatiscenti imbarcazioni, una minore distanza per raggiungere le navi europee. Una volta poi che i profughi fossero sottobordo che altro potrebbero fare i marinai se non tirarli su? Certo non potrebbero sparargli, né manovrare per respingerli in quanto probabilmente i loro barconi affonderebbero.
Una possibilità però potrebbe essere quella di caricarli a bordo per poi sbarcarli in zone controllate dal legittimo governo libico. I profughi non ne sarebbero certo felici, anzi , ma una volta che si fosse diffusa la notizia che le navi non li portano nell'agognata Europa, ma in campi allestiti in nord Africa (anche se forse dovrebbero essere pagati, protetti e gestiti dai paesi occidentali) forse i flussi rallenterebbero...forse.
Si potrebbe anche pensare ad un intervento militare internazionale che, conseguendo il pieno controllo delle coste libiche, impedisca l'imbarco dei clandestini e porti alla creazione di campi profughi in loco. Ovviamente sempre in accordo con il Governo libico e, possibilmente, con le Nazioni Unite.
Purtroppo è possibile che una tale operazione militare comporti la perdita di vite umane, innanzitutto tra i soldati della coalizione (è difficile infatti pensare che un solo paese si possa accollare tutto il peso dell'intervento) e non si può neppure del tutto escludere che possano esserci vittime tra i civili del posto, nel caso vi fosse da superare un'opposizione organizzata da formazioni terroristiche . Di questo l'opinione pubblica dovrebbe essere ben cosciente per non mettersi a chiedere il ritiro delle truppe alle prime difficoltà.
Sia che si raccolgano i profughi nelle acque antistanti la costa e li si sbarchi in zone sicure della Libia, sia che si intervenga militarmente sul terreno, resterebbe comunque da decidere come gestire i campi profughi. Cosa fare con quella folla in fuga da povertà, malattie e guerre che vi si troverebbe confinata? Cerchiamo di rispedirli nei loro paesi? Difficile da farsi e comunque sarebbe, talvolta, come mandarli a morte (inaccettabile). Certo non potremmo, se non in limitati casi, imbarcarli su navi ed aerei diretti in Europa, altrimenti saremmo punto e accapo...avremmo fatto tanto per poi ritrovarci comunque ad accoglierli. Alla fine, se non vogliamo portarli in Europa e avendo difficoltà anche a mandarli indietro, ci dovremmo preparare a tenerli chiusi, per lungo tempo, nei campi profughi in attesa di soluzione.
La creazioni di strutture di accoglienza in Stati diversi da quello dove migranti vorrebbero sbarcare è una soluzione adottata anche dall'Australia. Tale paese ha nell'isola di Christmas Island l'equivalente della nostra Lampedusa. Si trova infatti molto più vicina alle coste dell'Indonesia che a quelle dell'Australia ed è meta di numerosi barconi di disperati. Le autorità australiana hanno stretto accordi con Nauru e con la Papua Nuova Guinea che, dietro compenso, ospitano i migranti in campi profughi sul loro territorio.
In ogni caso, anche se riuscissimo in qualche modo a sigillare la costa libica, siamo certi che i migranti non riuscirebbero a trovare nuovi percorsi per arrivare in Europa? Può darsi, ma forse ne arriverebbero in minor numero.
Un'idea ora, un po' provocatoria. Leggendo qua e là si apprende che i disperati dei barconi pagherebbero tra i 2.000 e i 6.000 euro per il viaggio; se così stanno le cose non sono appartenenti alla fascia più povera della popolazione dei loro paesi, magari si sono venduti tutto, ma i veri poveri non avrebbero mai potuto disporre di tali cifre. Certo non sono neppure i ricchi (quelli, fiutata l'aria che tirava, un qualche tipo di visto regolare l'avranno ottenuto da tempo oppure possono fuggire su imbarcazioni comode e sicure). Si tratta spesso, comunque, di persone con un certo livello di istruzione e in possesso di competenze professionali.
Se governi ed istituzioni internazionali non riuscissero a decidere nulla, piuttosto che vederli comunque sbarcare sulle nostre coste (e tanti morire in mare) e spendere inoltre milioni e milioni di euro per mantenere una composita flotta nel Mediterraneo, si potrebbe anche pensare di rendere, a molti di loro, più agevole il viaggio, concedendogli un regolare visto di ingresso in UE . Con meno di quello che pagano per entrare clandestinamente nel nostro continente potrebbero tranquillamento comprarsi un normale biglietto per un viaggio in aereo o in nave e forse anche mantenersi per un certo periodo in attesa di trovare un'occupazione. Non assisteremmo a naufragi (o almeno ad un minor numero di essi) e ridurremo i guadagni delle organizzazioni criminali che ora ne gestiscono i viaggi.
Quale che sarà la soluzione scelta, sempre ammesso che qualcosa venga deciso, non si deve dimenticare che sarebbe comunque doveroso intervenire per porre fine (o almeno attenuare) i problemi da cui i profughi fuggono. Finché ci saranno vicino a noi lunghi e sanguinosi conflitti e regimi fanatici, dispotici, corrotti ed inefficienti, ci sarà una folla di disperati che bussa alle nostre porte.
Purtroppo questo genere di interventi richiede un grande, concorde, sforzo internazionale, politico ed economico, talvolta anche militare. E' questo un tipo di impegno che deve spesso durare anni e che inoltre necessita di molto tempo anche per essere messo in atto, mentre i disperati sui barconi stanno già lanciando l'SOS.
Pa.Ri