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La Libia del passato e del futuro. Intervista al Dott. Feisal Bunkheila

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Bunckeila
Tunisia, Egitto, Siria, Libia. Questi paesi, soggiogati da un governo tiranno e usurpatore, che per anni e generazioni ha stretto la popolazione in un giogo insopportabile, sono insorti e piano piano il Mediterraneo sta raggiungendo una nuova configurazione. Un nuovo disegno, una mappa dove forse trionferà la democrazia, dove forse si riscoprirà l'essere umano come pilastro fondamentale del paese, il concetto di popolo sovrano.
E ci credono le persone che da laggiù combattono strenuamente per ottenere la libertà, per rivendicare il diritto di parlare senza essere incarcerati o condannati a morte. E' un movimento di liberazione che sta dilagando come una reazione a catena, piano piano, schermaglia dopo battaglia. Il fronte di liberazione avanza e guadagna un pezzo alla volta di una patria insanguinata. Ma ci sono anche interessi forti in gioco, risorse che il resto del mondo guarda con desiderio e hanno un peso nell'evolversi di queste situazioni.

La redazione di Vocis Magazine ha intervistato il Dott. Feisal Bunkheila, nato in Libia ed emigrato in Italia, che ci ha raccontato i sogni e i rammarichi di un uomo costretto a fuggire dal suo paese per salvare la propria vita.

Dottor Bunkheila da quanto tempo vive in Italia, come si trova a lavorare qui? Oggi si sente un ospite o un cittadino?
Io mi considero un cittadino italiano a tutti gli effetti anche perché ho vissuto più anni qua in Italia che in Libia. Mi sono laureto in Medicina all'Università di Bologna e sempre qui ho frequentato entrambi i corsi di specializzazione, il primo in oncologia e il secondo in radioterapia. E oggi, sempre a Bologna, sono diventato un insegnante. È dalla metà degli anni settanta che vivo in questa bella città, ormai è veramente una vita. Si può dire che io sia cresciuto e invecchiato qui.

E quando emigrò, a metà degli anni settanta, cosa trovò in Italia?
Bologna era bellissima. A quell'epoca era una città fantastica, sono arrivato qua per studiare medicina e mi sono trovato benissimo, c'era una vita studentesca molto intensa, molto varia, stimolante, al punto che mi sono innamorato di questa città. Così sono rimasto qui, mi sono sposato, ho messo su famiglia. Ovviamente, in tutto questo, un ruolo dominante è stato giocato dall'instabilità del mio paese d'origine, la Libia, dove non esisteva nessuna democrazia o libertà e la situazione era veramente tragica. La metà degli amici che ho lasciato a casa o sono deceduti, ammazzati, o sono scappati via come me e siamo rimasti all'estero, ognuno a svolgere la sua professione.

Com'era la Libia di allora rispetto a quella di oggi?
Prima non c'era speranza. Io sono rimasto 15 anni senza tornare a casa perché non c'era alcuna sicurezza che, tornando, non mi incarcerassero, non mi impedissero di uscire come è successo ad altri che sono rientrati per visitare le loro famiglie. Chi in questi anni è stato costretto a rincasare per un lutto o un problema qualsiasi è stato arrestato ed è finito nelle prigioni di Gheddafi. Oggi invece vediamo germogliare la speranza che la Libia, la nostra casa, possa diventare un paese libero, democratico, pluralista. Noi vogliamo che sia una nazione all'avanguardia, è la nostra utopia e crediamo fermamente che un giorno diverrà realtà.

Gheddafi è stato ucciso e la guerra in Libia può dirsi ufficialmente conclusa. Lei cosa ha provato quando l'ha saputo?
Tutta la gioia che provo è unicamente dovuta alla vittoria del popolo libico e non alla morte di Gheddafi, la cui salma è stata mostrata sulle tv e sui giornali di tutto il mondo. Io sono medico e per me lo spettacolo della morte non è mai un bello spettacolo, è sempre un avvenimento triste è non è mai bene gioirne. Questo malgrado ciò che questa persona ha fatto verso di noi e verso la nostra gente, malgrado la tragedia che abbiamo vissuto in questi mesi di guerra.
Allo stesso modo, non posso condannare chi ha compiuto il gesto perché sono sicuro che sono stati momenti drammatici. A parte questo, provo un'immensa gioia che sia finita e spero di cuore che questo capitolo sia definitivamente chiuso, che sia possibile lasciare il passato alle nostre spalle per iniziare una pagina nuova per il futuro della Libia.

Cosa manca ancora nella Libia di oggi dopo Gheddafi?
La guerra di liberazione appena combattuta ci è costata moltissime vittime. Io stesso quindici giorni fa ho perso un mio cugino, un ragazzo di trent'anni deceduto nel conflitto a Sirte. Quello che ci manca, per andare avanti, è un'organizzazione solida per tirare fuori il paese dal baratro in cui Gheddafi l'ha precipitato. Oggi abbiamo un consiglio transitorio che ha gestito l'urgenza e l'emergenza di questa guerra di liberazione. Poi, conclusa questa fase, ci dobbiamo dedicare alla ricostruzione, dobbiamo indire un referendum, le elezioni e di conseguenza il popoli libico darà finalmente un'impronta democratica al nostro futuro.

Lei come giudica il modo adottato dai mass media per descrivere la situazione del suo paese?
Lo considero molto scarso perché, specialmente all'inizio, erano tutti quasi timorosi che Gheddafi potesse vincere e, dati gli interessi economici che legano il regime con moltissimi centri di potere qua in Italia e in Europa in generale, accennavano alla cosa come fosse una specie di rivolta contro la povertà. Non hanno capito che era una lotta per la libertà, per la democrazia. Una lotta di persone stanche di essere ancora massacrate e di trovarsi senza personalità, senza niente.

In questi anni ha notato una percezione diversa, da parte degli italiani, della situazione della Libia da quando c'era Gheddafi sino ad oggi?
C'è l'interesse, da parte di alcuni organi di Stato, verso la causa libica perché essa rappresenta un partner molto importante per l'Italia. Io ho partecipato a diverse riunioni e ho bazzicato molti incontri per ribadire che questo paese deve necessariamente occupare un ruolo importante, deve differenziarsi dalla Francia, dall'Inghilterra, o dagli Usa perché c'è un rapporto storico tra popolo italiano e popolo libico. Questo rapporto tra noi deve essere risaltato, evidenziato. Deve distaccarsi da quella relazione torbida tra Berlusconi e Gheddafi.
Io credo e insisto tanto sul fatto che la connessione tra Libia e Italia debba prescindere dai governi ed instaurarsi tra popoli, il legame che c'è stato, la storia comune che nel bene e nel male ci lega deve avere la sua importanza. Qualche giorno fa, in un incontro alla Farnesina, ho ricordato che l'Italia e gli italiani devono smettere di vendere manufatti e basta, anzi devono cercare anche di esportare e condividere la loro cultura democratica, perché poi il resto viene automaticamente.

Dottor Bunkheila, com'era la Libia della sua infanzia?
Era bellissima. Benghazi, la mia città d'origina, era piccola allora, noi abitavamo nel centro storico e c'era il mercato coperto dove noi bimbi giocavamo mentre le famiglie, che si conoscevano tutte, si muovevano libere e non avevano paura. In più, pur nella povertà, perché a quel tempo la Libia era veramente povera, c'erano delle cose bellissime. Mi ricordo che le scuole elementari ci davano i libri, il cibo, ci aiutavano, gli ospedali erano gratuiti. Era una Libia diversa, c'era più solidarietà.

E poi negli anni cosa è successo? Come è cambiata la gente?
C'è stato un forte imbarbarimento della società civile che purtroppo è diventata molto violenta, quasi influenzata dal governo dei comitati rivoluzionari di Gheddafi. E' nata la paura che anche parlando tra amici si potesse essere denunciati, perché poteva succedere facilmente. C'era il timore stesso di addormentarsi la sera e non risvegliarsi a casa propria. Ricordo ancora la frase di un mio amico, che mi disse – noi quando ci svegliamo la mattina, in famiglia, ringraziamo Iddio che anche per questa notte ce l'abbiamo fatta -.
Perché troppe volte i soldati arrivavano verso l'alba e arrestavano la gente. Ma la cosa più grave è che abbiamo perso la solidarietà, quei preziosi rapporti umani che legavano le famiglie.

Quella che lei ha descritto assomiglia molto all'Italia di tanti anni fa, durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma poi le differenze tra i nostri governi hanno portato allo svilupparsi di due società diverse.
Certo. Dal punto di vista della democrazia, da noi i bimbi hanno visto le forche nelle piazze e questo è stato un trauma enorme. Quei corpi che rimanevano appesi per giorni, per impaurire la gente, per far capire che il regime faceva sul serio. E ovviamente ciò ha creato una frattura incredibile. In tantissimi siamo stati costretti a scappare, praticamente tutta la classe che avrebbe dovuto dirigere il paese oggi è all'estero. Se non è stato ucciso dal regime, quasi il 60% di noi è emigrato in Usa, in Canada, in Francia, in Italia.

Lei ritiene che lo sviluppo delle tecnologie moderne, in particolare della rete, abbia avuto un ruolo nell'abbattere questo regime che per anni ha soggiogato la Libia?
Sicuramente sì. Specialmente all'inizio il web è stato fondamentale e attraverso i social network c'era la possibilità di mantenere attiva la comunicazione indipendentemente da dove ci si trovasse. Poi però Gheddafi ha praticamente chiuso internet, insieme a qualunque forma di scambio che permettesse alla gente di rimanere in contatto tra loro. Ma nella prima fase della rivolta, e nel corso della sua organizzazione stessa, questi mezzi moderni hanno giocato un ruolo fantastico e hanno collegato noi che eravamo all'estero con quelli all'interno della Libia. Così noi espatriati abbiamo potuto incoraggiare i nostri fratelli, i nostri cugini a ribellarsi e a non avere più paura. Insieme abbiamo vinto il terrore del regime e ciò ha sostenuto la rivolta in Libia, come in molti altri paesi, dove i popoli sono oppressi.
Molti di coloro che stanno combattendo questa sanguinosa battaglia sono giovani che, informandosi attraverso la rete, hanno trovato la forza di ribellarsi, di scuotere il mondo arabo. Questa, in un certo senso, è la guerra delle nuove generazioni, orfane della speranza ma coraggiose abbastanza da accendere una scintilla e riempire le piazze del Cairo, di Tunisi, della Siria, di Benghazi.

Allora internet non esisteva, tuttavia questa lotta per la liberazione ricorda la nostra Resistenza, dove contadini, montanari, gente semplice imbracciò il fucile per cacciare la dittatura.
E infatti io paragono quello che è accaduto in Libia proprio a una Guerra di Liberazione e non a una semplice rivolta. Abbiamo pagato un prezzo alto, abbiamo combattuto contro mercenari, contro i centri di potere costruiti da Gheddafi in 42 anni e con risorse enormi. Quindi non ci meravigliamo che si sia combattuto per tanto tempo a casa nostra.

Se dovesse fare una previsione, quanto tempo ci vorrà prima che il paese si assesti?
Io prevedo prima di tutto un momento di transizione. Conclusi i combattimenti eclatanti, la rappresaglia contro la Quinta Colonna di Gheddafi continuerà per qualche tempo, forse un anno o più. Poi si tratterà di cercare di guidare i libici. Io seguo molto il dibattito, incontro molti amici e persone che arrivano qui in Italia e cerco di fare capire loro che bisogna avere pazienza e ricordare che 42 anni di regime non possono essere cancellati in qualche mese. In più il popolo libico, per due generazioni, non ha mai esercitato il diritto al voto, alla politica. Parlare di politica era tradimento e si veniva incarcerati a vita e giustiziati.
Da questo panorama così oppresso e chiuso, uscire e dire che c'è la libertà per tutti, la libertà di parola, di associazione, di partito è tanto. Le azioni devono quindi essere intraprese con cautela, piano piano, ponendo in primis dei paletti precisi che siano condivisibili da tutto il popolo. Pluralismo, democrazia e non teocrazia, tutto ciò che possa garantire che la situazione vissuta in questi anni non si ripeta più.
Questo avverrà solo se saremo tutti pronti a dialogare, a scambiare idee e opinioni. E se i paesi democratici sosterranno il popolo libico.
Noi non abbiamo bisogno di risorse perché la Libia è ricchissima, una volta che avremo nelle nostre mani ciò che la nostra terra ha da offrire non avremo problemi di questo tipo. Ma avremo sicuramente bisogno di aiuto nell'organizzazione perché da noi non esistono strutture statali, vanno completamente edificate. Dobbiamo ricostruire un paese che fino ad ora è stato comandato da un sultano.

Se dovesse fare un bilancio del comportamento delle nazioni europee rispetto al suo paese, come ritiene che abbiano affrontato la situazione?
La situazione in Italia, a fine febbraio, era terrificante. Io mi impegnavo per sensibilizzare sia l'opinione pubblica sia il Governo italiano e mi ricordo che, mentre c'era il rischio di una catastrofe a Benghazi, il presidente Berlusconi era amareggiato per quanto stava accadendo a Gheddafi. E' atroce questo. Mentre stavano morendo migliaia di persone, mentre bombardavano la città con cannoni, missili e carri armati lui era dispiaciuto per il carnefice, per la persona che stava portando avanti questa ecatombe.
Il Presidente Napolitano invece si è comportato sin da subito in maniera davvero ammirevole, ha sostenuto dal primo giorno la rivoluzione libica e di conseguenza ha indotto il Governo a cambiare idea. Ma forse, come molti affermano, l'Italia ci ha dato una mano soprattutto per altri motivi. Ad esempio perché Francia, Inghilterra e Usa erano intervenute in maniera massiccia e anche l'Onu, dopo la risoluzione approvata, si era fatta avanti. E quando si è visto in tv che gli uomini del regime con cui l'Italia aveva legato lasciarono Gheddafi, allora è arrivata anche l'Italia.
Ma nonostante gli aiuti umanitari e logistici, da questo paese mi aspetto di più proprio in virtù di quel legame storico che le due nazioni hanno. Mi è dispiaciuto molto vedere giungere in Libia Sarkozy e Cameron da soli, senza un delegato dello stato italiano che potesse rappresentarci nel mio paese d'origine. Perché ovviamente non credo che Berlusconi possa mettere piede in Libia.

Come giudica l'intervento degli altri paesi?
Credo che a influenzare il loro intervento ci sia stato sì, un importante fattore umanitario, ma bisogna essere realisti, il vero motore è stato l'aspetto economico. Come dicevo, la Libia è piena di risorse naturali che rivestono un ruolo importantissimo a livello generale, ed era ovvio che le altre nazioni sarebbero intervenute per consolidare i loro interessi e le loro posizioni. Personalmente credo che avrebbero potuto fare qualcosa in più per evitare il prolungamento di questa guerra, ma credo ci siano motivi interni che abbiano agito da freno e abbiano indotto le potenze europee e mondiali a non esporsi in maniera eclatante. Spero però che dopo che d'ora in poi non ci saranno tentennamenti per sostenere la Libia del futuro.

E come sarà questa nuova Libia?
Sarà un paese libero, democratico e pluralista, un paese in cui sarà garantita a tutti la libertà di pensiero, di religione, non ci saranno differenza di provenienza tra le varie zone del paese, sarà unita così come la desidera il popolo libico. La Libia costituirà anche una risorsa per il futuro di tutto il mediterraneo perché, malgrado siamo solo 6 milioni di abitanti, siamo molto vivi e attivi, abbiamo quasi 1600 km sul mediterraneo e la nostra posizione geografica ci permetterà di rivestire ruolo importante sia per l'Europa, sia per mondo arabo. Con gli altri stati vogliamo avere un rapporto di fratellanza e di buon vicinato, per chiudere in maniera definitiva il periodo di violenza e di guerra istituito da Gheddafi. Il suo ruolo in molte delle guerre del mondo arabo è sempre stato terribile, negli anni ha finanziato ogni banda che volesse sovvertire qualsiasi ordine, che cercasse la violenza o una qualsiasi azione contro altri, indipendentemente dall'ideologia che questi ricoprivano.
Ma le cose cambieranno. Una Libia democratica potrà davvero essere una risorsa per tutti.

Annalisa Dall'oca